J.-C. L. Sismondi

ritratto oldJean-Charles Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842) è uno dei più poliedrici intellettuali dell’Europa del primo Ottocento. Autore di una monumentale Histoire des Républiques italiennes du Moyen Age (16 voll., 1807-1816) e di un’altrettanta poderosa Histoire des Français (30 voll., 1821-1842), la sua operosità non rimase circoscritta all’ambito storico, ma si rivolse anche agli studi economici e alle più rilevanti battaglie umanitarie del suo tempo.
A Sismondi si deve anche l’appellativo di Svizzera pesciatina con cui sono convenzionalmente conosciute le colline che circondano Pescia: pare che un giorno, camminando per la strada che da Pescia conduceva a Pietrabuona,  esclamasse: “Che meraviglia! Ma questa è la Svizzera pesciatina!”.
Non sono tanto le pagine dedicate alla regione (le uniche della sua vastissima produzione) nella sua prima opera data alle stampe, il Tableau de l’agriculture toscane del 1801, che giustificano questa paternità, quanto l’intenso investimento emotivo che l’intellettuale ginevrino aveva riversato su queste terre, fin dagli anni della giovinezza.
A Pescia infatti i Simonde erano giunti dalla natia Ginevra nel 1795, per sfuggire alle prevedibili persecuzioni del neo-istituito governo rivoluzionario ginevrino nei confronti di una famiglia appartenente al patriziato cittadino. Qui due anni dopo acquistavano la villa di Porta Vecchia (oggi sede della Biblioteca comunale) dove la madre soggiornò fino alla morte avvenuta nel 1821, anche per rimanere accanto all’altra figlia, Sara, sposatasi nel 1798 con il nobile pesciatino Anton Cosimo Forti. Sismondi considerò fin da giovane questi luoghi una “seconda patria”, forte di una doppia identificazione con il territorio pesciatino: da un canto, adottando fin dal 1797 il patronimico Sismondi, il ginevrino trasformava l’esperienza dolorosa del confino nell’evento opposto di un rimpatrio; dall’altro, scegliendo una casa addossata sulle montagne pesciatine, si stabiliva in un luogo che per caratteristiche orografiche si presentava ai suoi occhi il più simile a quello che era stato costretto ad abbandonare (l’amata casa di campagna di Châtelaine).
Con gli anni poi questa identificazione doveva arricchirsi anche di precisi contenuti sociali. È soprattutto in una delle ultime opere pubblicate dal ginevrino, gli Etudes sur l’économie politique del 1837, che l’analogia tra la Svizzera e la Valdinievole appare in tutta la sua nitidezza. In queste pagine la Svizzera protestante e la Toscana cattolica sono le uniche due regioni europee additate a modello contro i guasti sociali che si stavano producendo in quegli anni in Scozia e in Irlanda. Sia il piccolo proprietario delle montagne svizzere che il mezzadro delle colline della Valdinievole incarnavano infatti il modello di sviluppo auspicato da Sismondi, quello di una prosperità a lungo termine alimentata dal pieno impiego e dal potere d’acquisto degli stessi lavoratori.

Francesca Sofia

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